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venerdì 29 maggio 2015

MIDI G.A.S. Part 1

Durante il mio ultimo attacco di G.A.S. (no, non soffro di aerofagia... per i non musicisti, è l'acronimo di Gear Acquisition Syndrome) e complice il malefico tentatore a nome eBay, mi sono accaparrato un paio di nuovi gingilli, che conto ti collaudare a dovere questo fine settimana.

Il primo è un'interfaccia Audio-MIDI IK Multimedia iRig Pro.


Si tratta di uno scatolotto delle dimensioni di mezzo pacchetto di sigarette, principalmente pensato per dispositivi mobili Apple (iPod, iPhone, iPad), ma utilizzabile anche con Mac e PC, dotato di un ingresso microfonico (-10db, phantom power 48V alimentato a pila), utilizzabile per microfoni o per qualsiasi strumento elettrico (chitarra, basso, violino, ecc.), e di un ingresso MIDI.

La mia idea è di utilizzarlo per avere sempre a disposizione un amplificatore "di emergenza" (iPhone/iPad+iRig Pro), ad esempio quando sono in viaggio, e per trasformare il mio iPad in un modulo sonoro, da pilotare con dei pads o con una chitarra MIDI.

Per quest'ultimo uso ho in mente di utilizzare principalmente l'app Animoog, che ho acquistato già da qualche tempo, sia per iPad che per iPhone.

Ma veniamo al secondo gingillo, anch'esso legato al mondo della chitarra MIDI: si tratta di un pick-up (o wireless guitar controller, come lo chiamano i suoi creatori) Fishman Triple Play.


Questo simpatico oggettino unisce in sé funzionalità che fino ad ora si potevano ottenere solo combinando due dispositivi: un pick-up esafonico, in grado cioè di catturare indipendentemente il segnale di ciascuna corda della chitarra, e un convertitore pitch-to-MIDI, in grado di convertire questi segnali -appunto- in messaggi MIDI.

A queste due funzionalità si aggiunge una terza utilissima caratteristica: la trasmissione dei segnali MIDI è wireless, vale a dire questi non viaggiano su un tradizionale cavo MIDI, bensì vengono trasmessi ad un ricevitore (della forma e dimensioni di una chiavetta USB), da inserire nel proprio PC o Mac.

L'unica limitazione di questa configurazione, anche se non da poco, è che non è possibile pilotare moduli sonori hardware, ma unicamente strumenti software. Tuttavia a ciò esiste già un rimedio, anche se non economicissimo: è sufficiente inserire il ricevitore USB, anzichè in un computer, in un dispositivo come il Kenton MIDI USB Host, ed ecco che si ha nuovamente a disposizione la familiare porta MIDI-Out, tramite la quale pilotare qualsiasi modulo sonoro.

Inoltre pare che la Fishman abbia in programma di mettere presto sul mercato un dispositivo simile, quale accessorio per il Triple Play.

Direi che come panoramica è stata fin troppo prolissa. Sotto con la prova pratica.

venerdì 27 gennaio 2012

Reaper, una DAW cross platform

Da ormai quasi un anno sono diventato utente Mac e devo dire che mai scelta fu più felice, specie per quanto riguarda le applicazioni musicali.

Non dovendo più lottare con driver e instabilità del sistema, riesco a sfruttare meglio il mio tempo, a beneficio della creatività.

Tuttavia qualche problema rimane ancora, soprattutto quando mi trovo a lavorare con altri musicisti, in particolare per quanto riguarda la scelta della DAW (Digital Audio Workstation) da utilizzare.

Gli utenti Windows si dividono principalmente tra Steinberg Cubase e Cakewalk Sonar, mentre quelli Mac tra Avid Pro Tools e Apple Logic.
Lavorare ad uno stesso progetto, soprattutto in fase di pre-produzione, spesso risulta tedioso per la mancanza di una piattaforma comune.

La risposta a questo problema è tanto efficiente quanto economica: Reaper.

Reaper è una DAW sviluppata dalla Cockos Inc., società dietro la quale si celano alcuni dei creatori del famoso player WinAmp, tra cui lo stesso Justin Frankel, che ne è presidente.

Il software è disponibile sia per Windows che per Mac ed è progettato con in mente la semplicità d'uso, ma senza che ciò vada a scapito della gamma di funzionalità offerte.

Un caratteristica innovativa è la mancanza di distinzione tra tracce audio e tracce MIDI. Ciascuna traccia può ospitare eventi dell'uno e dell'altro tipo, rendendo la gestione particolarmente semplice ed intuitiva. Anche i bus vengono implementati come semplici tracce, facendo ricorso a specifici routing.

Naturalmente sono supportati i principali standard per plug-in e strumenti virtuali, quali VST, AU, DX, ReWire, ecc., ma una delle caratteristiche più interessanti è il prezzo. Una licenza per uso personale costa solo $60 (una per uso commerciale $225) e dà diritto a tutti gli upgrade fino alla major version successiva inclusa (al momento siamo alla 4.151 e gli upgrade sono inclusi fino alla 5.99). Decisamente concorrenziale, visto anche il costo dei competitor sopra citati.

Reaper è scaricabile liberamente e non occorre acquistare una licenza per provarlo. Si ha diritto ad una prova gratuita di 30 giorni, superati i quali un pop-up ci ricorda della necessità di acquistare una licenza (senza però che intervenga alcuna limitazione al funzionamento). Per scelta dell'azienda non è infatti implementato alcun meccanismo di copy protection, in quanto questo non sarebbe negli interessi dei propri clienti.

Per finire, sul sito è disponibile un completo manuale utente, anch'esso scaricabile gratuitamente e mantenuto costantemente aggiornato. Difficile chiedere di più.

Come è facile immaginare Reaper non è esente da difetti (la gestione degli eventi MIDI è un po' spartana, per esempio), ma la qualità di questo software è decisamente professionale e degna di essere paragonata a quella dei cugini più famosi.

Vale decisamente la pena provarlo.

lunedì 23 giugno 2008

Faccio il punto... in musica

Direi che è giunto il momento di dedicarmi nuovamente a queste pagine, non dico assiduamente (mentirei), ma almeno in maniera non così infrequente come negli ultimi mesi. E poi penso che la pausa sia durata abbastanza.

Cosa ho fatto negli ultimi tempi? Parecchie cose.

Gli impegni principali sono stati di natura musicale. Oltre a lavorare al prossimo disco degli Ubi Maior, come ho già scritto, ho frequentato un ciclo di seminari (li chiamano "clinics", ma a me sa tanto di ospedaliero, oltre che inutilmente esterofilo) con alcuni chitarristi famosi. Nella fattispecie ho assistito a lezioni tenute da Andy Timmons, Mike Stern, Scott Henderson, Guthrie Govan, Steve Lukather e Rob Balducci.

Sono tutti stati incontri estremamente interessanti, alcuni più utili dal punto di vista didattico (Stern, Henderson, Govan), altri particolarmente gradevoli da quello umano (Timmons, Balducci), altri ancora a carattere più che altro ludico (Lukather, un cabarettista nato).

Ciascun evento avrebbe meritato un post dedicato, ma queste cose o si fanno subito o passa la voglia. Ecco, mi è passata la voglia.

Per quanto riguarda il mio arsenale, si segnala l'acquisto della chitarra dei miei sogni: una Paul Reed Smith Custom 24. Erano mesi che le sbavavo dietro ed ora, finalmente, l'ho conquistata. Penso che prima o poi qualche sua foto farà capolino nello zeitgeist qui a fianco.

Mi sto poi assemblando un sistema a rack da nove unità. Sono mesi che è tutto montato, ma non riesco mai a trovare il tempo di cablarlo. Anche di questo potrebbe comparire qualche immagine a breve.

Che altro dire, per sgranchirmi le dita dopo l'inerzia degli ultimi tempi mi sembra sufficiente. Chi sa che non ripassi da queste parti prima di un mese...

giovedì 29 maggio 2008

Time to record

In queste settimane, una delle cose che più mi stanno tenendo lontano da queste pagine è la lavorazione del prossimo disco della mia band, gli Ubi Maior.

Non completamente soddisfatti del metodo seguito nella realizzazione del nostro primo lavoro, questa volta abbiamo deciso di adottare un approccio più "scientifico", che però prevede un sacco di lavoro a casa, oltre a quello in studio.

Per l'occasione ho allestito in casa un mini-studio, per poter meglio seguire le fasi di lavorazione, e devo dire di essere piuttosto soddisfatto del risultato (tanto che il mitico Andy, entrando in casa, ha esclamato: "ma questo non è un salotto, è una saletta!").

Magari un giorno di questi faccio qualche foto a tutta l'attrezzatura...

lunedì 19 novembre 2007

Milano, 18 novembre 2007: Porcupine Tree

Il concerto che maggiormente attendevo questa stagione era quello dei Porcupine Tree, attualmente in tour con il loro nuovo album Fear Of A Blank Planet.

Il giorno fatidico era ieri e il luogo l'Alcatraz di Milano.

Arriviamo sul posto attorno alle 20:15 e il gruppo di supporto sta già suonando. Si tratta degli Anathema, gruppo inglese che già in passato aveva aperto per i Porcupine Tree e che, a giudicare da quanto è già pieno il locale, gode di un proprio seguito più che considerevole.

La loro musica non mi dispiace affatto, bella voce, bei suoni e arrangiamenti molto curati. Tuttavia la struttura dei brani piuttosto semplice, fatta di uno o due elementi di base ripetuti per tutta la durata del pezzo, difficilmente me li farebbe apprezzare in ugual misura in un contesto più casalingo.

Durante la loro esibizione gli Anathema annunciano l'imminente uscita di un nuovo album, prodotto da, guarda un po', Steven Wilson, il leader dei Porcupine Tree. Questi è infatti un validissimo produttore, oltre che un ottimo musicista e compositore, cosa che fa di lui un talento musicale veramente notevole.

Usciti di scena gli Anathema, il tempo di preparare il palco e, poco dopo le 21, escono i Porcupine Tree, accolti da un'ovazione del pubblico, che ormai riempie abbondantemente l'Alcatraz (o almeno la parte del locale dedicata al concerto, visto che non è stato utilizzato per intero).

La formazione è la stessa da cinque anni a questa parte: Steven Wilson a voce, chitarra e (occasionalmente) tastiere, Colin Edwin al basso, Gavin Harrison (che dal 2002 ha sostituito Chris Maitland) alla batteria, Richard Barbieri alle tastiere e John Wesley alla chitarra e ai cori (quest'ultimo "membro esterno", presente unicamente dal vivo).

Attaccano con la title track del nuovo album, che verrà eseguito per intero, e continuano senza sosta, fatta salva la breve pausa prima degli irrinunciabili bis, per più di due ore.

Che dire, probabilmente il miglior concerto dei Porcupine Tree al quale abbia assistito finora. I brani proposti spaziano lungo la loro produzione dell'ultimo decennio, partendo dallo splendido Signify del 1996, dal quale sono state proposte Waiting e Dark Matter, per arrivare al recentissimo EP Nil Recurring, contenente i brani esclusi dall'ultimo album e che è possibile acquistare unicamente in occasione dei loro concerti (cosa che ho prontamente fatto).

Il suono, come sempre, è curato nei minimi particolari. La chitarra di Wilson ha qualcosa di magico e quella di Wesley le fa da perfetto complemento nella parti non eseguibili da sole dieci dita, mentre le linee di basso di Edwin sono sempre impeccabili, con quel groove che è parte integrante delle sonorità dei Porcupine Tree.
Il drumming di Harrison è molto energico e, anche se continuo a preferire le finezze di Maitland, si rivela particolarmente adatto alla svolta dura, a tratti decisamente metal, presa dalla band con gli ultimi tre album (peraltro proprio dal suo arrivo, cosa forse non del tutto casuale).
Le tastiere di Barbieri risultano essere il vero tessuto connettivo della band: sono loro a dare quella sensazione di spazialità ai brani, grazie anche all'uso sapiente di sequencing e filtri manipolati in tempo reale, e più di un brano si regge quasi interamente su di esse. Parliamo di un musicista di grande esperienza. Si vede, e si sente.

Da ultimo devo osservare quanto Wilson fosse in serata anche per quel che riguarda la voce. Dopo un inizio forse un po' roco, una volta scaldatosi, ha dato il meglio di sé per tutto il resto del concerto, interpretando i brani in maniera molto espressiva e coinvolgente. La prova vivente che la capacità di interpretazione viene prima della tecnica vocale.

Chi si fosse perso questo splendido concerto non potrà certo mancare la prossima occasione di vedere una band di tale valore.
Specie ora che è stato avvisato.

venerdì 16 novembre 2007

Monaco, 14 novembre 2007: André Nendza Quartet + Paolo Fresu

Mercoledì scorso mi trovavo a Monaco per lavoro e, dovendomi trattenere fino al giorno successivo, ho chiesto ad un collega del posto se vi fosse qualche locale con musica dal vivo in cui valesse la pena trascorrere la serata.

Mi è stato consigliato l'Unterfahrt, jazz club il cui programma prevedeva per la serata un concerto molto interessante: "André Nendza Quartet feat. Paolo Fresu".

Sì, proprio il nostro Paolo Fresu, di cui tanto avevo sentito parlare, ma che ancora non avevo avuto occasione di vedere dal vivo.

Nonostante non fosse più possibile prenotare, con l'incertezza di trovare un tavolo, io e la collega italiana che mi accompagnava abbiamo deciso di fare comunque un tentativo, salvo poi ripiegare su qualche altro locale in zona.

Sarà che siamo arrivati sul posto poco dopo l'apertura, attorno alle otto, sarà che la fortuna aiuta gli audaci, fatto sta che un tavolo c'era.

All'Unterfahrt, volendo, è anche possibile cenare, così abbiamo approfittato dell'anticipo per mettere qualcosa sotto i denti (una zuppa e un'insalata, entrambe molto buone) e ordinare la prima weißbier.

Il concerto inizia poco dopo le nove, dove una breve introduzione di André Nendza, della quale posso riferire poco, visto che con le lezioni di tedesco sono appena agli inizi.

La formazione è la seguente:


Suonano brani originali (o almeno identificati come tali dal mio orecchio poco avvezzo al jazz e a riconoscere gli standard) e fin da subito appare chiaro che ci troviamo di fronte a musicisti di alto livello, con una preparazione e un feeling con lo strumento veramente notevoli.

A colpirmi particolarmente sono stati il contrabbassista e leader del quartetto, André Nendza, la cui mole era paragonabile a quella del suo strumento e grande almeno quanto il suo talento, e il batterista, Christoph Hillmann, in grado di passare con disinvoltura dalla classica tecnica jazz ad un impostazione più moderna fino all'uso delle sole mani, sempre con una disinvoltura e un groove impeccabili.

Paolo Fresu è stato la vera star della serata. La sua tromba ha un qualcosa di arcano, quasi ipnotico. A tratti si ha l'impressione di essere come i topi di fronte al pifferaio magico: incantati.
Durante la serata ha utilizzato alternativamente due strumenti: un tromba "tradizionale", suonata per lo più con la sordina, e un'altra dall'aspetto decisamente più "antico", in ottone brunito e un po' più grande (mi si perdoni la descrizione decisamente da profano), probabilmente il suo strumento abituale.

Circa due ore di musica, con una pausa di mezz'ora, hanno accompagnato la serata, rendendola estremamente piacevole e rallentando le lancette dell'orologio. Alla fine sono rientrato in albergo verso l'una, soddisfatto e un po' allegro (complici le weißbier), con il serio proposito di tornare presto in questo simpatico club, a sentire altra buona musica.

Gute Nacht.

venerdì 20 luglio 2007

Musician Jokes

Q: Did you hear about the time the bass player locked his keys in his car?
A: It took over an hour to get the drummer out.

Q: How many singers does it take to change a light bulb?
A: Just one. He grabs the bulb and the world revolves around him.

Q: What's the definition of a half step?
A: Two fretless bassists playing in unison.

Q: What is the difference between a Blues musician and a Jazz musician??
A: A Blues musician plays 3 chords in front of 1000 people. A Jazz musician plays 1000 chords in front of 3 people.

Q: How do you get a guitarist to shut up?
A: Put sheet music in front of him!

mercoledì 6 giugno 2007

Gods of Metal 2007 (seconda parte)

Blind Guardian

Non sono un profondo conoscitore di questa band power metal tedesca, ma l'unico loro album che posseggo, Nightfall in Middle-Earth (ispirato al Silmarillion di J.R.R. Tolkien), non mi era dispiaciuto affatto.
Le uniche critiche che potrei fargli sono la qualità non proprio eccelsa del cantante, Hansi Kürsch, e la tendenza alla pallosità dopo un ascolto prolungato.

Blind GuardianDirei che entrambi i punti deboli sono stati confermati dalla loro esibizione live: Kürsch sugli acuti proprio non si può ascoltare (sembra che lo stiano strozzando) e i pezzi, per quanto gradevoli e ben suonati, dopo i primi trenta minuti cominciano a stufare.
Nel complesso è stato uno spettacolo comunque più che gradevole. Mi è piaciuto particolarmente il modo di suonare del chitarrista solista, André Olbrich, lontano dai funambolismi a cui ci hanno abituati certi smanettoni contemporanei, ma sempre preciso ed efficace. Un bel fraseggio senza inutili tecnicismi.

Terminato anche questo concerto, comincia l'attesa per uno dei main act della giornata.

Dream Theater

Che i Dream Theater fossero uno dei gruppi più attesi si sapeva, ma sinceramente non mi sarei aspettato una tale folla. Molta gente era venuta apposta per loro, pare, e a pochi minuti dall'inizio lo spazio antistante il palco si era talmente riempito da rendere assai difficile muoversi.

Il concerto inizia con l'intro, registrata, di Pull Me Under e subito parte l'ovazione del pubblico. La band attacca con l'ingresso della chitarra distorta ed esegue l'intero brano con la consueta maestria. Pubblico in delirio. Il vocalist James LaBrie ringrazia ed annuncia che, per celebrare l'imminente quindicesimo anniversario del loro album più famoso ed acclamato, Images and Words, lo eseguiranno per intero. Scatta l'euforia collettiva.
Io stesso devo dire di aver accolto la notizia con notevole entusiasmo. Adoro quell'album ed alcuni dei brani che lo compongono non li avevo mai sentiti dal vivo.

Dream TheaterSi prosegue dunque con Another Day, Take the Time, Surrounded (riarrangiata inserendo un estratto da Sugar Mice dei Marillion), Metropolis Pt. 1: The Miracle and the Sleeper, Under a Glass Moon, Wait for Sleep, e Learning to Live, come da track list dell'album.
Come bis, per non scontentare gli appassionati del metallo più pesante, Home (tratta dall'album Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory) e As I Am (tratta da Train of Thought).

Nel complesso un'ottima prova, con un LaBrie abbastanza in forma, che non sfigura alle prese con brani di difficile esecuzione (che per un certo periodo gli avevano creato non pochi problemi dal vivo) ed un Myung forse un po' stanco (qualche errorino da parte sua, cosa piuttosto rara), ma dal gran suono.
Portnoy ha tirato qualche stecca, ma nel complesso si è comportato bene (però, per pietà, non fatelo cantare più! vi prego!), evitando di peccare eccessivamente di overplaying, e Rudess, che non amo particolarmente, è riuscito a non rovinare i pezzi con i soliti suonacci da fantascienza e i suoi inutili frullati di tasti.
Petrucci di un altro pianeta, come al solito, tra l'altro fotografatissimo e filmatissimo dai giovani appassionati delle sei corde presenti.

Un concerto da ricordare.

Heaven and Hell

Alcuni credo non lo sapessero (io stesso l'ho capito dopo aver deciso di andare al concerto), ma gli Heaven and Hell altro non sono che la seconda incarnazione dei Black Sabbath, quella degli album Heaven and Hell (appunto), The Mob Rules e Dehumanizer, con Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso, Vinny Appice alla batteria (subentrato a Bill Ward dopo la registrazione di Heaven and Hell) ed il mitico Ronnie James Dio alla voce.

La preparazione della scenografia è stata laboriosa ed ha richiesto un po' più della mezz'ora prevista. Atmosfera abbastanza cimiteriale, con le casse di basso e chitarra, rispettivamente sulla sinistra e sulla destra del palco, collocate dietro puntuti cancelletti di metallo, un fondale in stile antico maniero e tre schermi sospesi, sui quali proiettare immagini, che a me sembravano rappresentare altrettante finestre dell'edificio retrostante, ma in cui altri hanno identificato delle lapidi.
Di certo di grande effetto.

Heaven & HellI quattro si sono dimostrati in grande forma, presentando unicamente brani tratti dai suddetti tre album ed offrendo uno spettacolo di notevole effetto, sia dal punto di vista sonoro che visivo.
Iommi roccioso come sempre e in questa occasione particolarmente preciso ed efficace. Appice potente ed energico, sia nei brani che nel lungo assolo di batteria centrale.
Butler compassato ma sempre presente a sostenere i pilastri ritmici della band.
Ma il vero protagonista è stato lui: Ronnie James Dio. Questo intramontabile sessantaseienne ha dimostrato di avere ancora energia da vendere, non solo dal punto di vista vocale, ed una statura sempre ben superiore a quella fisica. Non una stecca, non una sbavatura, ha accompagnato il pubblico attraverso l'intera esibizione con quel suo fare da gentleman del metal, al tempo stesso autorevole e cortese.

Una grande esibizione che, assieme alla precedente, bastava a giustificare il prezzo del biglietto. Certamente una degna conclusione per una bella maratona musicale.

lunedì 4 giugno 2007

Gods of Metal 2007 (prima parte)

Ieri mi sono uno tolto uno sfizio. Ho fatto qualcosa che non avevo mai fatto, neanche ai tempi del liceo. Sono andato ad un festival metal.

La seconda giornata del Gods of Metal 2007, all'Idroscalo di Milano, era troppo ghiotta per resistere alla tentazione.
Sono anche riuscito a convincere la dolce metà a venire con me (non è che abbia dovuto faticare in verità).
La scaletta della giornata era la seguente:

10.30 - 11.00   SINESTESIA
11.30 - 12.00 DGM
12.30 - 13.05 ANATHEMA
13.30 - 14.20 SYMPHONY X
14.45 - 15.35 DARK TRANQUILLITY
16.00 - 17.00 DIMMU BORGIR
17.30 - 18.50 BLIND GUARDIAN
19.20 - 20.50 DREAM THEATER
21.30 - 23.30 HEAVEN & HELL

Tralasciando i gruppi del mattino, abbiamo deciso di organizzarci per essere sul posto entro le 13:30, attrezzati per un pranzo al sacco.
Usciamo poco dopo mezzogiorno e mezzo e, dopo una breve sosta al supermercato per l'acquisto di pane e companatico, partiamo alla volta dell'Idroscalo.
Parcheggiamo nel primo posto utile (tristemente a pagamento, ma custodito) e costeggiamo a piedi l'Idroscalo fino all'ingresso dell'IdroPark, in prossimità del quale si tiene il festival.
Versiamo l'obolo alle casse (55 euro a cranio) e siamo dentro.

Le piogge del giorno prima hanno lasciato il segno e la quasi totalità dello spazio ospitante la manifestazione consiste in una palude fangosa, costellata di pozzanghere.
Cercando di non affondare nelle sabbie mobili, ci facciamo largo fino alla zona prospicente il palco principale, che è a dir poco enorme.
Il tempo di trovare un fazzoletto di fango un po' più solido e la musica (ri)comincia.

Symphony X

È solo per questo gruppo che ho deciso di muovermi presto, altrimenti sarei arrivato con comodo a metà pomeriggio, perciò avevo delle discrete aspettative.
Deluse.
Questo quintetto dedito al progressive metal ultratecnico, capeggiato dal chitarrista Michael Romeo e dal frontman Russel Allen, è stato fortemente penalizzato da un lavoro dei fonici a dir poco pietoso.
Symphony XL'acustica era pessima: suono di chitarra abominevole, totalmente "inscatolato", sbilanciato sulle basse ed inutilmente alto (e qui nessuno mi leva dalla testa che parte della colpa sia da imputare all'amplificazione digitale in emulazione che il buon Michael si ostina ad utilizzare), voce troppo "dietro" rispetto al mix, tastiere inudibili, basso eccessivamente saturo, batteria appena passabile.
Un vero disastro. Si percepiva un unico rimbombo di frequenze basse e anche i pezzi a me noti erano a malapena riconoscibili.
La band ha anche presentato un paio di brani tratti dal loro nuovo lavoro, Paradise Lost, di imminente uscita, sui quali non posso fare commenti, vista la situazione di ascolto proibitiva.
Un inizio decisamente non buono.

Finito lo strazio andiamo in cerca di un posticino dove sederci per mangiare i panini. Alla destra del palco principale c'è un altro piccolo palco, dove band minori si esibiscono nella mezz'ora di pausa tra un concerto e l'altro. Nulla di ascoltabile sembra provenire da quella parte, dunque ci avviamo verso uno spiazzo asfaltato poco distante e, trovata una seduta di fortuna in prossimità della recinzione, consumiamo dell'ottimo pane farcito di Emmentaler (qualcuno mi spieghi perché non si chiama più Emmental e se ci vuole o meno la "H") e prosciutto crudo.

Nel frattempo comincia a suonare il gruppo successivo.

Dark Tranquillity

Non conoscevo i Dark Tranquillity e, quando hanno iniziato a suonare, non mi sono subito avvicinato al palco. Dopo un paio di pezzi devo dire che mi hanno incuriosito, cosicché ho riguadagnato la mia posizione. Musicalmente non mi sono dispiaciuti affatto, anche se non amo quel modo di cantare (credo sia definito growl).
Dark TranquillityQuesta band death metal svedese di sei elementi tiene il palco egregiamente, con chitarre taglienti e precise, stemperate da piacevoli tessuti melodici di tastiere.
La resa acustica, decisamente buona, ha fugato ogni dubbio sulla bontà dell'impianto, confermando l'incapacità dei fonici con la band precedente.

Dimmu Borgir

Sui Dimmu Borgir non posso dire molto, dato che abbiamo passato la quasi totalità della loro esibizione all'esterno dell'area della manifestazione, passeggiando sul vialetto dell'IdroPark e abbioccandoci brevemente su una panchina.
Dimmu BorgirL'unico commento che posso fare è che sono veramente cattivi, molto cattivi, troppo cattivi, almeno per i miei gusti, a cominciare dall'aspetto. Facce coperte di cerone, trucco satanico, sguardo feroce e cantante con voce demoniaca (anche quando parla tra un pezzo e l'altro).
Probabilmente è proprio il black metal che non fa per me e questa band norvegese è uno degli esponenti di punta di questo genere.

Trascorsa un'altra mezz'ora di pausa, della quale approfittiamo per riposare le chiappe, ci prepariamo per un altro dei gruppi per me interessanti.

Continua...

lunedì 21 maggio 2007

20 maggio in musica

Ieri, 20 maggio, abbiamo tenuto un concerto. L'anno scorso, il 20 maggio, abbiamo tenuto un concerto. Singolare coincidenza, almeno per chi, come noi, non si esibisce dal vivo con particolare frequenza.

Certo, allora era il Belgio, oggi Baggio (poche lettere e un migliaio di chilometri di differenza), ma non ci si può certo lamentare, specie in questi tempi di magra.

Il concerto è andato bene. Abbiamo proposto quattro brani del nuovo album, che si spera inizieremo a registrare subito dopo l'estate, e il riscontro di pubblico mi è parso più che confortante.

Anche alcuni tra gli habitué dei nostri concerti (tra cui lo stimato Vanamonde), i cui giudizi mi stavano particolarmente a cuore, hanno dimostrato di gradire il nuovo materiale.

Se è vero che il buon giorno si vede dal mattino, direi che ci sono tutti gli elementi per un album riuscito. O almeno di cui essere soddisfatti.

giovedì 3 maggio 2007

Il vaso si è rotto

Oggi ho ricevuto la seguente e-mail dal supporto di Pandora.

Dear Pandora listener,

Today we have some extremely disappointing news to share with you. Due to international licensing constraints, we are deeply, deeply sorry to say that we must begin proactively preventing access to Pandora's streaming service for most countries outside of the U.S.

It is difficult to convey just how disappointing this is for us. Our vision remains to eventually make Pandora a truly global service, but for the time being, we can no longer continue as we have been. As a small company, the best chance we have of realizing our dream of Pandora all around the world is to grow as the licensing landscape allows.

Based on your email address, we believe you may be listening from a country outside the U.S. If you are in fact listening from the U.S., please disregard this email.

Delivery of Pandora is based on proper licensing from the people who created the music - we have always believed in honoring the guidelines as determined by legislators and regulators, artists and songwriters, and the labels and publishers they work with. In the U.S. there is a federal statute that provides this license for all the music streamed on Pandora. Unfortunately, there is no equivalent license outside the U.S. and there is no global licensing organization to enable us to legitimately offer Pandora around the world. Other than in the U.K., we have not yet been able to make significant progress in our efforts to obtain a sufficient number of international licenses at terms that would enable us to run a viable business. The volume of listening on Pandora makes it a very expensive service to run. Streaming costs are very high, and since our inception, we have been making publishing and performance royalty payments for every song we play.

Until now, we have not been able to tell where a listener is based, relying only on zip code information provided upon registration. We are now able to recognize a listener's country of origin based on the IP address from which they are accessing the service. Consequently, on May 3rd, we will begin blocking access to Pandora to listeners from your country. We are very sad to have to do this, but there is no other alternative.

We will be posting updates on our blog regarding our ongoing effort to launch in other countries, so please stay in touch. We will keep a record of your existing stations and bookmarked artists and songs, so that when we are able to launch in your country, they will be waiting for you. We deeply share your sense of disappointment and greatly appreciate your understanding.

È finita la pacchia.

giovedì 15 marzo 2007

Milano, 14 marzo 2007: Andy Timmons Band

Vi avevo raccomandato di andare a vederlo. Non siete potuti venire? In tal caso vi siete persi uno dei più bei concerti degli ultimi tempi, almeno per gli amanti del rock "chitarroso". Io e la dolce metà non potevamo mancare.

Arriviamo sul posto alle nove e le porte sono ancora chiuse. Ad attendere l'apertura non siamo in molti, qualche decina di persone in tutto. È certo che, com'era prevedibile, non si registrerà il tutto esaurito.

Dopo qualche minuto Andy esce dalla porta principale, accolto da un applauso, con la chitarra in spalla e trascinando un trolley. Per un attimo temiamo che debba dirci che il concerto non si fa più, invece sta solo andando a mangiare qualcosa.

Guardandomi intorno scorgo tra la gente un volto noto. È Franco, vecchia conoscenza e un tempo nostro personale spacciatore di musica strumentale. Lo raggiungo e facciamo due chiacchiere, ingannando piacevolmente l'attesa.

Finalmente aprono le porte ed entriamo nel locale. Paghiamo il dovuto (15 euro), ritiriamo il biglietto (nella inusuale forma di un timbro sulla mano, mah...) e siamo nella sala.

Il palco è pronto. In prima fila fanno bella mostra di sé le chitarre Molinelli e l'amplificatore Cicogniani Imperium di Tony De Gruttola, muscoloso chitarrista dell'omonima band di supporto.

Scambiamo qualche altra chiacchiera con Franco e, arrivate le dieci, il concerto inizia. Tony De Gruttola propone un misto di brani originali, tratti dal suo album "03", e cover di chitarristi famosi dalle dita veloci, tra cui Joe Satriani e Greg Howe.

La band è composta da quattro elementi: chitarra, basso, batteria e tastiere. Niente voce, tutto strumentale. Una quarantina di minuti di esibizione in tutto, complessivamente piacevoli, ma viziati da un utilizzo eccessivo di tecnica chitarristica, che a tratti pare inappropriato e poco musicale (quello che solitamente in gergo si definisce "sboronaggio").

Ancora una quindicina di minuti di attesa e alle undici la Andy Timmons Band sale finalmente sul palco. Si tratta di un power trio, con Andy Timmons alla chitarra, Mike Daane al basso e Mitch Marine alla batteria.

[Gear maniac mode on]
Andy ha un setup semplice ed efficace: due testate Mesa Boogie, una Stiletto e una Lonestar, che usa alternativamente grazie ad un GCX Audio Switcher della Voodoo Lab (già Digital Music Corporation) con relativa pedaliera Ground Control Pro, un TC Electronic G-Force per i ritardi e due casse Mesa Boogie Rectifier 4x12 con coni Celestion Vintage 30, più un paio di pedali, tra cui un wah-wah della Dunlop. Imbraccia la sua prima chitarra, una Ibanez AT-100, creata apposta per lui dalla casa giapponese ed oggi sostituita dalla AT-300.
[Gear maniac mode off]

Attaccano il primo pezzo e l'impatto è esplosivo. Il sound è compatto ed incisivo, con la chitarra di Andy che si amalgama perfettamente con le linee di basso di Mike, il tutto supportato dal drumming energico e preciso di Mitch.

La chitarra la fa ovviamente da padrona, ma Andy ha uno stile, pur tecnicamente formidabile, che è lontano anni luce dal tipico shredding tutto note e poco cuore. Al contrario il suo modo di suonare è estremamente espressivo, ritmico e melodico allo stesso tempo. Anche quando si cimenta alla voce, con risultati più che buoni, dimostra di mantenere sempre l'attenzione al brano, alla musica, più che al suo strumento.

Quando suona sembra quasi che ti stia parlando, che ti stia raccontando una storia, una poesia rock. Ogni vibrato è un verso, ogni bending un richiamo, ogni prodezza tecnica semplicemente una licenza poetica.

Durante alcuni dei brani più melodici e trascinanti mi sono anche emozionato, cosa che accade assai raramente quando si assiste ad un concerto e che, quando accade, è una sensazione bellissima.

È meglio che mi fermi qui, prima eccedere con la retorica. La prossima volta che questo favoloso musicista tornerà ad esibirsi dalle nostre parti sarò certamente in prima fila.

E spero anche voi.

mercoledì 14 marzo 2007

Andy Timmons Band a Milano

Stasera al Transilvania Live di via Paravia 59 a Milano, concerto della Andy Timmons Band.

Andateci. Non dico altro.

giovedì 1 marzo 2007

Milano, 25 febbraio 2007: Blackfield

Domenica 25 febbraio, alla discoteca Alcatraz di Milano, si è tenuto un concerto dei Blackfield, duo che nasce dalla collaborazione tra l'eclettico leader dei Porcupine Tree, Steven Wilson, ed un cantante israeliano di nome Aviv Geffen, sconosciuto dalle nostre parti, ma a quanto pare popolarissimo dalle sue.

Volevo farne una rapida pseudo-recensione, ma il buon Vanamonde ne ha già scritta una molto esaustiva, alla quale rimando volentieri.

Il concerto in questione, giunto al termine di un fine settimana piuttosto pesante, ha avuto su di me un effetto particolarmente benefico. Nella musica dei Blackfield l'impronta wilsoniana è molto evidente, preponderante direi, ma, complice forse l'apporto dell'altra metà del duo, più cantautoriale, non presenta le spigolosità e la durezza degli ultimi lavori coi Porcupine Tree. È coinvolgente, avvolgente, dinamica, ma allo stesso tempo rilassante e distensiva.

La Paul Reed Smith e la voce di Wilson la fanno da padrone, ma il tessuto melodico dei brani è morbido e raffinato. In questo si vede forse maggiormente il contributo di Geffen, che a prima vista potrebbe sembrare di secondo piano.

Le voci dei due si integrano molto bene e, grazie anche a un registro molto simile, il loro alternarsi al microfono non produce alcun elemento di discontinuità.

In conclusione, consiglio vivamente l'ascolto dei due album di questo talentuoso duo (il secondo esce proprio oggi, se non erro), e se vi capita di vederli dal vivo, andateci. Ne vale la pena.

lunedì 29 gennaio 2007

Pandora reprise

Poco dopo il mio post su Pandora, è uscito questo articolo su La Repubblica. Simpatica coincidenza (dubito qualcuno della redazione legga questa blog).

Ora, vi prego, ditemi solo una cosa: come si fa ad essere assunti come sommelier per Pandora?

Diavolo, è il più bel lavoro del mondo!

giovedì 18 gennaio 2007

Il vaso di Pandora

Se non lo conoscete già, provatelo. Non dico altro.

Mi ringrazierete.

mercoledì 10 gennaio 2007

Si ricomincia

Questa sera, dopo quasi due mesi di totale inattività, finalmente proviamo. Spero di non essere troppo arrugginito.

In questi giorni ho operato dei tagli sostanziali alla strumentazione, vendendo un po' di tutto: una chitarra, una cassa artigianale, un preamplificatore, un finale, un multieffetto con relativa pedaliera, un emulatore e un pedale wah-wah.

Si tratta quasi esclusivamente di attrezzature che, per quanto di buona qualità, giacevano inutilizzate da troppo tempo e non facevano parte del mio setup abituale, ad eccezione del wah-wah, venduto in quanto sostituito con un modello superiore, e del multieffetto.

Quest'ultimo era il famoso Lexicon MPX-G2, che tanto avevo decantato proprio su queste pagine, ma che alla fine ho deciso di abbandonare tornando alla semplicità del fido Rocktron Intellifex, che uso da sempre.

In questo caso non si è trattato di una vendita, ma di uno scambio, grazie al quale ho anche conosciuto un simpatico ragazzo svizzero, figlio di immigrati italiani, che è venuto apposta dal cantone francese per fare l'affare.

Quel che mi ha portato è uno splendido preamplificatore Mesa Boogie Triaxis, prima serie, aggiornato all'ultima versione del firmware (la 2.0). Un vero gioiellino. Per quel poco che l'ho provato in casa, direi che è favoloso: praticamente racchiude in un'unità rack tutta la tavolozza dei suoni Mesa, di ieri e di oggi.

Quasi quasi, se riesco a preparare al volo qualche preset utilizzabile, stasera lo porto alle prove.

lunedì 4 dicembre 2006

Milano, 3 dicembre 2006: Iron Maiden

Grazie all'amico Michele, che aveva un biglietto in più a causa del paccaro di turno, ieri sera ho potuto assistere alla seconda delle due date milanesi dell'attuale tour degli Iron Maiden, da tempo sold out.

Partiamo per il Forum di Assago verso le 19:15. Il tempo di fare la gincana necessaria a raggiungere il parcheggio oltre il ponte sulla tangenziale e di tornare a piedi verso il Forum e siamo dentro.

Sono le 20:00 ed il gruppo di supporto sta già suonando. Sono i Trivium (mai sentiti prima). Pestoni, ma molto molto tecnici. Non male.

I nostri attaccano poco prima delle 21:30 e propongono tutti (!) i brani del loro ultimo album, A Matter of Life and Death, nel medesimo ordine del disco (!!), come ho saputo in seguito.

Non conoscendo l'album in questione, i pezzi sono per me una completa novità. Nel complesso gradevoli, ma nulla che lasci il segno, che ti si stampi in mente al primo ascolto. In ogni caso mi son fatto prestare l'album da Michele, onde poter valutare meglio.

Il concerto sarà poi chiuso da Fear of the Dark, Iron Maiden e, come bis, Two Minutes to Midnight, The Evil That Men Do e Hallowed Be Thy Name, decisamente a me più familiari.

Dalla posizione in cui siamo, in piedi a metà delle gradinate a sinistra del palco, si vede e si sente molto bene. Il Forum è strapieno e Bruce, durante i pezzi, spesso usa dei riflettori posti ai lati del palco per illuminare il pubblico. L'effetto è notevole.

Davanti al palco il pogo infuria e, a intervalli regolari, i responsabili della sicurezza sollevano dalle transenne qualcuno o raccolgono dall'alto qualcun'altro, trasportato dalla folla.

Nella foga, qualcuno dalle prime file tira dell'acqua (o della birra?) addosso a Bruce, proprio mentre sta cantando, infradiciandolo un po', facendolo incazzare parecchio e mettendogli fuori uso il microfono, costringendolo a farselo sostituire dai roadie, non senza perdere qualche strofa della brano in corso.

L'acustica non è affatto malvagia, anche se le tre chitarre appaiono un po' impastate, forse anche a causa della loro forte somiglianza: tre Stratocaster, per quanto con pickup diversi, non suonano poi così diversamente e solo Adrian, a volte, abbandona la sua a favore di una SG.

Dei tre chitarristi, Janick è certamente quello più funambolico e, forse, anche quello più tecnico, ma ha stranamente un volume sempre più basso degli altri due, anche sui soli. Che sia un sabotaggio nei confronti dell'ultimo arrivato? In fondo sono solo 16 anni che è con la band...

Dave ha movenze quasi da nobile d'altri tempi: sorride, si sposta raramente dal suo angolo di palco e spara i suoi soliti soli da duecento note legate con delay a condimento, che a dir la verità trovo sempre un po' ripetitivi.

E poi c'è lui, Adrian, il mito. Un gusto, una presenza sul palco, un'autorevolezza tali che non ce n'è per nessuno. Sulla sua strato noto la presenza di un pickup esafonico. Del resto, dai tempi di Somewhere in Time, è lui che si occupa delle parti di guitar synth.

Quanto a Bruce, la sua statura sul palco è come sempre inversamente proporzionale a quella fisica. Corre, salta e sfoggia una voce di tutto rispetto, quasi come ai tempi d'oro.

Nicko è praticamente invisibile, ma tutt'altro che inudibile. La batteria è incastonata nella scenografia del palco, a base di trincee ed ispirata alla copertina dell'ultimo album, tanto che, da dove siamo noi, si vedono spuntare parzialmente solo i piatti.

Last but not least, Steve è come sempre la vera colonna portante della band. Le sue martellanti linee di basso sono la colla che tiene insieme tutti i pezzi.

Immancabile fa la sua comparsa anche Eddie, prima nella torretta di un carro armato semovente, apparso alle spalle del palco, poi a passeggio sul palco stesso, in mimetica e mitragliatore a tracolla (la cui canna a un certo punto viene anche usata da Janick come plettro).

Termino questo piccolo resoconto con un piccolo episodio degno di nota. Prima dei bis, durante i consueti saluti, c'è il rito dei lanci: plettri, pelli e... bacchette. Nicko ne lancia diverse, in più direzioni, e alla fine si gira verso il lato dove siamo noi.

Non so spiegarlo, ma ho la certezza che l'ultima la stia per lanciare verso di me. Aspetta un po', mi guarda, lancia!

Salto più in alto di tutti. La intercetto. L'afferro a due mani. È mia!

Non faccio in tempo a gioire che mi rendo conto che a stringerla siamo in due, entrambi a due mani: io e un ragazzo vicino a me. Entrambi asseriamo ovviamente di averla presa per primi (lui mente) e nessuno dei due molla la presa.

Qualche secondo di empasse e Michele decide di risolvere la faccenda nel più classico dei modi: lanciando una moneta. Subito scelgo "testa", d'istinto.

Michele lancia e afferra una moneta da 50 centesimi. È buio e non si vede bene, così chiede ad un altro ragazzo di fargli luce col telefonino. Osserva e, dopo un paio di lunghissimi secondi, sentenzia: croce! Merda. (E quando mi ricapita?)

Pazienza, non sono feticista. Io e il mio avversario ci stringiamo la mano da bravi sportivi (bastardo) e lui intasca gongolante la bacchetta. Pietra sopra.

A concerto finito, mentre ci stiamo incamminando verso la macchina, un dubbio mi attraversa il cervello. "Michele, un curiosità: la faccia della moneta che è uscita aveva o non aveva le cifre sopra?"

Lui ci pensa un po', poi mi risponde, deciso. "No, non le aveva".

"E allora era testa. Coglione."

mercoledì 18 ottobre 2006

Ma che venerdì bestiale /1

Mi sveglio e sono già stanco. Non ho dormito a sufficienza negli ultimi giorni. Decido di prendere tutto il giorno di ferie, anziché solo il pomeriggio come avevo preventivato, perché arrivare già stanchi prima di un concerto non è proprio il massimo.

Così mi rimetto a letto per sonnecchiare un altro po'. Mi sveglio poco prima dell'una.

Non c'è molto tempo, devo preparare la chitarra e lo zaino con tutto l'occorrente. Per fortuna testata e rack li ha caricati il Manzo ieri.

Prendere la macchina sarebbe un po' un casino, così opto per il treno. Informo dell'orario scelto la dolce metà (che è in ufficio) e faccio i biglietti online, onde evitare di perdere il treno per passare in biglietteria (come già successo in passato).

Dovrei mangiare qualcosa, ma in casa non c'è niente, così mi metto direttamente a preparare lo zaino. Errore. Finirà che salterò il pranzo.

Finisco di preparare tutto l'occorrente con un discreto anticipo e, prima di recarmi in stazione, riesco anche a passare dall'ACI a prendere i documenti della macchina, pronti già da qualche giorno.

Mentre sono sul tram e sto per scendere alla fermata della stazione mi arriva una telefonata della dolce metà: è in ritardo e con ogni probabilità perderà il treno.

Il treno parte in perfetto orario (in compenso arriverà con una decìna di minuti di ritardo) e la dolce metà effettivamente lo perde per pochi minuti.

Chiedo indicazioni per raggiungere il teatro dove si terrà il concerto, che so essere a pochi isolati dalla stazione, e lo raggiungo senza problemi.

Gli altri sono già tutti sul posto, tranne Mario che ha i soliti problemi di lavoro ed arriverà solo un paio d'ore più tardi, a sound check (in teoria) ultimato.

L'organizzazione si era raccomandata perché fossimo sul posto alle 18 in punto, ora per cui è previsto il nostro sound check (suonando per ultimi, lo facciamo per primi). Sono le 18:15.

E qui occorre una permessa. Più di una settimana prima del concerto abbiamo fornito all'organizzazione, su loro richiesta, la nostra scheda tecnica, nella quale è indicata, tra le altre cose, la necessità di una cassa per chitarra da due o quattro coni. In seguito ci è stata più volte assicurata la disponibilità di quanto richiesto. Fine premessa.

Entro, saluto gli altri e do uno sguardo al palco. Il Manzo sta finendo di montare il castello di tastiere, mentre il service ha appena iniziato il suo lavoro. Niente spie, niente batteria (non è ancora arrivata), niente ampli, niente casse. Niente. Cominciamo bene.

Chiedo notizie della cassa che dovrò utilizzare al responsabile del service, il quale fa spallucce e mi dice di rivolgermi a qualcuno dell'organizzazione. Lo individuo (d'ora in poi lo chiameremo convenzionalmente Kit Carson) e gli faccio la stessa domanda. Neanche lui sa nulla, ma mi promette di informarsi e mi assicura che se la cassa deve esserci arriverà. Di bene in meglio.

In attesa che il service termini l'allestimento del palco, per ingannare l'attesa, andiamo a farci un birretta in un bar vicino, dove nel frattempo vengo raggiunto dalla dolce metà, arrivata col treno successivo al mio.

Verso le 19 circa torniamo in teatro. La batteria è montata e sul palco ci sono i membri del gruppo che suona prima di noi (e dunque dovrebbe fare il sound check subito dopo di noi). Nessuna traccia di casse per chitarra.

Chiedo lumi a Kit Carson. "La cassa è arrivata", mi risponde trionfante, ed indica un economicissimo combo a transistor.

"Ma quella non è una cassa! È un amplificatore!", gli faccio notare. "E non è la stessa cosa?", risponde lui.

Strap. Bonk. Strap. Bonk. Mi cadono le braccia (per non dire qualcos'altro).

Passano i minuti, durante i quali l'inutile personaggio di cui sopra parla al telefono con chi aveva ricevuto la nostra scheda tecnica (che con la sua incompetenza è quasi certamente la causa prima del problema) e, a tratti, si produce in inutili frasi del tipo "Eh, ma adesso mica ci fermeremo per una cassa che manca!", di fronte alle quali preferisco allontanarmi per non mettergli le mani addosso.

Dopo una buona mezz'ora di cincischiamenti vari, compare un altro organizzatore (d'ora in poi lo chiameremo convenzionalmente il genio), che subito dimostra di possedere un quoziente intellettivo decisamente superiore (non che ci volesse molto). La sua analisi è semplice: "l'errore è nostro e noi dobbiamo rimendiare: ora faccio una paio di telefonate e trovo la cassa". Detto fatto, rintraccia un amico per telefono e mi assicura che una cassa sarà sul posto al più presto.

Nel frattempo il gruppo che stava facendo il sound check termina e, dato che noi non siamo ancora in grado di ultimare il montaggio, sale sul palco la formazione che suonerà per prima: un'orchestra di una trentina di elementi, per la maggior parte studenti delle medie o del liceo.

Quando arriva la cassa il palco è già completamente occupato e non rimane che aspettare.

Quello dell'orchestrina più che un sound check è una prova generale, dato che praticamente ripassano l'intero repertorio e non sembrano volersi scollare dal palco, nonostante si sia in ritardo e il primo gruppo (noi) non sia ancora riuscito nemmeno a finire di montare la propria attrezzatura. Non uno dell'organizzazione si preoccupa della gestione dei tempi.

Com'era prevedibile, nell'imminenza dell'inizio del concerto il palco è ancora occupato dai ragazzetti che, nonostante abbiano comodamente ultimato il loro ripassino, non sembrano voler sloggiare. La cosa si spiega ben presto nella maniera peggiore: Kit Carson mi si avvicina e sentenzia "mi dispiace, ma non c'è tempo per il vostro check... lo faremo al volo durante il concerto".

La misura è colma. L'impulso del momento è di raccattare la mia roba ed andarmene seduta stante. Gli faccio i complimenti per questa splendida ciliegina sulla torta, gli volto le spalle e, senza attendere l'ennesima patetica replica, mi accingo a cercare gli altri per avvisarli che io, in queste condizioni, non suono.

Continua...

venerdì 30 giugno 2006

Meglio tardi che mai

A poco più di un mese di distanza, ho finalmente postato il resoconto del concerto in Belgio.