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venerdì 2 ottobre 2009

Il casellante

Dopo tanto tempo che non leggevo nulla di Camilleri, ho preso in prestito dalla biblioteca questo libricino. La lettura scorre veloce e se ci ho messo poco più di una settimana a finirlo è solo perché l'ho letto unicamente sull'autobus, durante il breve tragitto tra casa e ufficio.

La vicenda è ambientata in Sicilia, tra l'immaginario paese di Vigàta e Castelvetrano, in epoca fascista, all'inizio della Seconda Guerra Mondiale, e vede protagonista, per l'appunto, un casellante.

Senza dilungarmi troppo sulla trama (sconsiglio tra l'altro la lettura della descrizione presente su Anobii, dato che racconta l'intero libro ad eccezione delle ultime tre pagine - qualcuno dovrebbe spiegargli la differenza tra "descrizione" e "riassunto"), dico solo che è un libro di molto piacevole lettura, dotato di un finale, anche se forse un po' precipitoso, decisamente poco prevedibile e a tratti commovente.

Vivamente consigliato. Anche se non prendete l'autobus.

lunedì 25 febbraio 2008

Il vento fa il suo giro

L'ho visto ieri al cinema Mexico di Milano, dove pare essere in programmazione da diversi mesi.

È un film italiano, diretto da Giorgio Diritti, di cui non avevo mai sentito parlare e che si è rivelato una piacevole sorpresa.

Cercando in rete troverete parecchie recensioni di questo film, non tutte positive, rispetto alle quali non credo di avere molto da aggiungere.

L'unica cosa che tengo a dire è che questo film ha avuto su di me un effetto particolarmente piacevole, che non si verificava da tempo: oltre ad essermi piaciuto molto, mi ha fatto riflettere.

Se non l'avete ancora visto e ve ne capita l'occasione, andateci. Ci troverete degli spunti di riflessione interessanti, soprattutto sul concetto di "tolleranza", e mi farà piacere discuterne con voi.

lunedì 19 novembre 2007

Milano, 18 novembre 2007: Porcupine Tree

Il concerto che maggiormente attendevo questa stagione era quello dei Porcupine Tree, attualmente in tour con il loro nuovo album Fear Of A Blank Planet.

Il giorno fatidico era ieri e il luogo l'Alcatraz di Milano.

Arriviamo sul posto attorno alle 20:15 e il gruppo di supporto sta già suonando. Si tratta degli Anathema, gruppo inglese che già in passato aveva aperto per i Porcupine Tree e che, a giudicare da quanto è già pieno il locale, gode di un proprio seguito più che considerevole.

La loro musica non mi dispiace affatto, bella voce, bei suoni e arrangiamenti molto curati. Tuttavia la struttura dei brani piuttosto semplice, fatta di uno o due elementi di base ripetuti per tutta la durata del pezzo, difficilmente me li farebbe apprezzare in ugual misura in un contesto più casalingo.

Durante la loro esibizione gli Anathema annunciano l'imminente uscita di un nuovo album, prodotto da, guarda un po', Steven Wilson, il leader dei Porcupine Tree. Questi è infatti un validissimo produttore, oltre che un ottimo musicista e compositore, cosa che fa di lui un talento musicale veramente notevole.

Usciti di scena gli Anathema, il tempo di preparare il palco e, poco dopo le 21, escono i Porcupine Tree, accolti da un'ovazione del pubblico, che ormai riempie abbondantemente l'Alcatraz (o almeno la parte del locale dedicata al concerto, visto che non è stato utilizzato per intero).

La formazione è la stessa da cinque anni a questa parte: Steven Wilson a voce, chitarra e (occasionalmente) tastiere, Colin Edwin al basso, Gavin Harrison (che dal 2002 ha sostituito Chris Maitland) alla batteria, Richard Barbieri alle tastiere e John Wesley alla chitarra e ai cori (quest'ultimo "membro esterno", presente unicamente dal vivo).

Attaccano con la title track del nuovo album, che verrà eseguito per intero, e continuano senza sosta, fatta salva la breve pausa prima degli irrinunciabili bis, per più di due ore.

Che dire, probabilmente il miglior concerto dei Porcupine Tree al quale abbia assistito finora. I brani proposti spaziano lungo la loro produzione dell'ultimo decennio, partendo dallo splendido Signify del 1996, dal quale sono state proposte Waiting e Dark Matter, per arrivare al recentissimo EP Nil Recurring, contenente i brani esclusi dall'ultimo album e che è possibile acquistare unicamente in occasione dei loro concerti (cosa che ho prontamente fatto).

Il suono, come sempre, è curato nei minimi particolari. La chitarra di Wilson ha qualcosa di magico e quella di Wesley le fa da perfetto complemento nella parti non eseguibili da sole dieci dita, mentre le linee di basso di Edwin sono sempre impeccabili, con quel groove che è parte integrante delle sonorità dei Porcupine Tree.
Il drumming di Harrison è molto energico e, anche se continuo a preferire le finezze di Maitland, si rivela particolarmente adatto alla svolta dura, a tratti decisamente metal, presa dalla band con gli ultimi tre album (peraltro proprio dal suo arrivo, cosa forse non del tutto casuale).
Le tastiere di Barbieri risultano essere il vero tessuto connettivo della band: sono loro a dare quella sensazione di spazialità ai brani, grazie anche all'uso sapiente di sequencing e filtri manipolati in tempo reale, e più di un brano si regge quasi interamente su di esse. Parliamo di un musicista di grande esperienza. Si vede, e si sente.

Da ultimo devo osservare quanto Wilson fosse in serata anche per quel che riguarda la voce. Dopo un inizio forse un po' roco, una volta scaldatosi, ha dato il meglio di sé per tutto il resto del concerto, interpretando i brani in maniera molto espressiva e coinvolgente. La prova vivente che la capacità di interpretazione viene prima della tecnica vocale.

Chi si fosse perso questo splendido concerto non potrà certo mancare la prossima occasione di vedere una band di tale valore.
Specie ora che è stato avvisato.

venerdì 16 novembre 2007

Monaco, 14 novembre 2007: André Nendza Quartet + Paolo Fresu

Mercoledì scorso mi trovavo a Monaco per lavoro e, dovendomi trattenere fino al giorno successivo, ho chiesto ad un collega del posto se vi fosse qualche locale con musica dal vivo in cui valesse la pena trascorrere la serata.

Mi è stato consigliato l'Unterfahrt, jazz club il cui programma prevedeva per la serata un concerto molto interessante: "André Nendza Quartet feat. Paolo Fresu".

Sì, proprio il nostro Paolo Fresu, di cui tanto avevo sentito parlare, ma che ancora non avevo avuto occasione di vedere dal vivo.

Nonostante non fosse più possibile prenotare, con l'incertezza di trovare un tavolo, io e la collega italiana che mi accompagnava abbiamo deciso di fare comunque un tentativo, salvo poi ripiegare su qualche altro locale in zona.

Sarà che siamo arrivati sul posto poco dopo l'apertura, attorno alle otto, sarà che la fortuna aiuta gli audaci, fatto sta che un tavolo c'era.

All'Unterfahrt, volendo, è anche possibile cenare, così abbiamo approfittato dell'anticipo per mettere qualcosa sotto i denti (una zuppa e un'insalata, entrambe molto buone) e ordinare la prima weißbier.

Il concerto inizia poco dopo le nove, dove una breve introduzione di André Nendza, della quale posso riferire poco, visto che con le lezioni di tedesco sono appena agli inizi.

La formazione è la seguente:


Suonano brani originali (o almeno identificati come tali dal mio orecchio poco avvezzo al jazz e a riconoscere gli standard) e fin da subito appare chiaro che ci troviamo di fronte a musicisti di alto livello, con una preparazione e un feeling con lo strumento veramente notevoli.

A colpirmi particolarmente sono stati il contrabbassista e leader del quartetto, André Nendza, la cui mole era paragonabile a quella del suo strumento e grande almeno quanto il suo talento, e il batterista, Christoph Hillmann, in grado di passare con disinvoltura dalla classica tecnica jazz ad un impostazione più moderna fino all'uso delle sole mani, sempre con una disinvoltura e un groove impeccabili.

Paolo Fresu è stato la vera star della serata. La sua tromba ha un qualcosa di arcano, quasi ipnotico. A tratti si ha l'impressione di essere come i topi di fronte al pifferaio magico: incantati.
Durante la serata ha utilizzato alternativamente due strumenti: un tromba "tradizionale", suonata per lo più con la sordina, e un'altra dall'aspetto decisamente più "antico", in ottone brunito e un po' più grande (mi si perdoni la descrizione decisamente da profano), probabilmente il suo strumento abituale.

Circa due ore di musica, con una pausa di mezz'ora, hanno accompagnato la serata, rendendola estremamente piacevole e rallentando le lancette dell'orologio. Alla fine sono rientrato in albergo verso l'una, soddisfatto e un po' allegro (complici le weißbier), con il serio proposito di tornare presto in questo simpatico club, a sentire altra buona musica.

Gute Nacht.

mercoledì 5 settembre 2007

Biondillite reprise

Da un mesetto a questa parte, poco prima di partire per le ferie, sono riuscito a riprendere un attività che amo particolarmente e che, ultimamente, avevo ingiustamente trascurato, preso com'ero da beghe di ogni genere: leggere.

Il tomo che ha avuto il merito della rottura del ghiaccio non poteva che essere l'ultimo lavoro dello scrittore del quale, tra le mura domestiche, non sono né l'unico né il maggiore estimatore: Gianni Biondillo.

"Il giovane sbirro" è un insieme di racconti aventi nuovamente come protagonista Michele Ferraro e, come si può desumere dal titolo, ne narra i primi anni in polizia, dall'apprendistato alla prima indagine a fianco dell'ispettore Lanza, dalla nascita della propria famiglia alla sua, inevitabile, distruzione.

Essendo un lettore intermittente (o "da comodino", come ho scritto nel mio profilo su Anobii), la formula del racconto mi è sempre stata particolarmente congeniale: mi consente di aprire e chiudere il libro di frequente, senza dover necessariamente lasciare qualcosa in sospeso.

Pur avendo preferito i romanzi precedenti, ho trovato questi racconti estremamente piacevoli e avvincenti e in questi giorni di vacanza raramente me ne sono separato. Certo, come mi aveva fatto notare il buon Vanamonde, in alcuni casi le idee sono sviluppate in modo forse un po' frettoloso, concludendo rapidamente trame che avrebbero meritato uno sviluppo un po' più approfondito. Ma si tratta di un peccato veniale.

Credo che la formula del romanzo sia semplicemente più congeniale all'autore, oltre che più adatta al suo stile, ma quest'ultimo appare evidente in tutta la sua freschezza e godibilità anche in questa forma narrativa più breve, ottenendo comunque l'effetto di tenere il lettore incollato alle pagine.

Il racconto che ho preferito è il più lungo, inframmezzato agli altri come un collante. In assoluto quello che più mi ha fatto stringere i pugni e scalpitare per la rabbia. Leggetelo e capirete perché.

mercoledì 6 giugno 2007

Gods of Metal 2007 (seconda parte)

Blind Guardian

Non sono un profondo conoscitore di questa band power metal tedesca, ma l'unico loro album che posseggo, Nightfall in Middle-Earth (ispirato al Silmarillion di J.R.R. Tolkien), non mi era dispiaciuto affatto.
Le uniche critiche che potrei fargli sono la qualità non proprio eccelsa del cantante, Hansi Kürsch, e la tendenza alla pallosità dopo un ascolto prolungato.

Blind GuardianDirei che entrambi i punti deboli sono stati confermati dalla loro esibizione live: Kürsch sugli acuti proprio non si può ascoltare (sembra che lo stiano strozzando) e i pezzi, per quanto gradevoli e ben suonati, dopo i primi trenta minuti cominciano a stufare.
Nel complesso è stato uno spettacolo comunque più che gradevole. Mi è piaciuto particolarmente il modo di suonare del chitarrista solista, André Olbrich, lontano dai funambolismi a cui ci hanno abituati certi smanettoni contemporanei, ma sempre preciso ed efficace. Un bel fraseggio senza inutili tecnicismi.

Terminato anche questo concerto, comincia l'attesa per uno dei main act della giornata.

Dream Theater

Che i Dream Theater fossero uno dei gruppi più attesi si sapeva, ma sinceramente non mi sarei aspettato una tale folla. Molta gente era venuta apposta per loro, pare, e a pochi minuti dall'inizio lo spazio antistante il palco si era talmente riempito da rendere assai difficile muoversi.

Il concerto inizia con l'intro, registrata, di Pull Me Under e subito parte l'ovazione del pubblico. La band attacca con l'ingresso della chitarra distorta ed esegue l'intero brano con la consueta maestria. Pubblico in delirio. Il vocalist James LaBrie ringrazia ed annuncia che, per celebrare l'imminente quindicesimo anniversario del loro album più famoso ed acclamato, Images and Words, lo eseguiranno per intero. Scatta l'euforia collettiva.
Io stesso devo dire di aver accolto la notizia con notevole entusiasmo. Adoro quell'album ed alcuni dei brani che lo compongono non li avevo mai sentiti dal vivo.

Dream TheaterSi prosegue dunque con Another Day, Take the Time, Surrounded (riarrangiata inserendo un estratto da Sugar Mice dei Marillion), Metropolis Pt. 1: The Miracle and the Sleeper, Under a Glass Moon, Wait for Sleep, e Learning to Live, come da track list dell'album.
Come bis, per non scontentare gli appassionati del metallo più pesante, Home (tratta dall'album Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory) e As I Am (tratta da Train of Thought).

Nel complesso un'ottima prova, con un LaBrie abbastanza in forma, che non sfigura alle prese con brani di difficile esecuzione (che per un certo periodo gli avevano creato non pochi problemi dal vivo) ed un Myung forse un po' stanco (qualche errorino da parte sua, cosa piuttosto rara), ma dal gran suono.
Portnoy ha tirato qualche stecca, ma nel complesso si è comportato bene (però, per pietà, non fatelo cantare più! vi prego!), evitando di peccare eccessivamente di overplaying, e Rudess, che non amo particolarmente, è riuscito a non rovinare i pezzi con i soliti suonacci da fantascienza e i suoi inutili frullati di tasti.
Petrucci di un altro pianeta, come al solito, tra l'altro fotografatissimo e filmatissimo dai giovani appassionati delle sei corde presenti.

Un concerto da ricordare.

Heaven and Hell

Alcuni credo non lo sapessero (io stesso l'ho capito dopo aver deciso di andare al concerto), ma gli Heaven and Hell altro non sono che la seconda incarnazione dei Black Sabbath, quella degli album Heaven and Hell (appunto), The Mob Rules e Dehumanizer, con Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso, Vinny Appice alla batteria (subentrato a Bill Ward dopo la registrazione di Heaven and Hell) ed il mitico Ronnie James Dio alla voce.

La preparazione della scenografia è stata laboriosa ed ha richiesto un po' più della mezz'ora prevista. Atmosfera abbastanza cimiteriale, con le casse di basso e chitarra, rispettivamente sulla sinistra e sulla destra del palco, collocate dietro puntuti cancelletti di metallo, un fondale in stile antico maniero e tre schermi sospesi, sui quali proiettare immagini, che a me sembravano rappresentare altrettante finestre dell'edificio retrostante, ma in cui altri hanno identificato delle lapidi.
Di certo di grande effetto.

Heaven & HellI quattro si sono dimostrati in grande forma, presentando unicamente brani tratti dai suddetti tre album ed offrendo uno spettacolo di notevole effetto, sia dal punto di vista sonoro che visivo.
Iommi roccioso come sempre e in questa occasione particolarmente preciso ed efficace. Appice potente ed energico, sia nei brani che nel lungo assolo di batteria centrale.
Butler compassato ma sempre presente a sostenere i pilastri ritmici della band.
Ma il vero protagonista è stato lui: Ronnie James Dio. Questo intramontabile sessantaseienne ha dimostrato di avere ancora energia da vendere, non solo dal punto di vista vocale, ed una statura sempre ben superiore a quella fisica. Non una stecca, non una sbavatura, ha accompagnato il pubblico attraverso l'intera esibizione con quel suo fare da gentleman del metal, al tempo stesso autorevole e cortese.

Una grande esibizione che, assieme alla precedente, bastava a giustificare il prezzo del biglietto. Certamente una degna conclusione per una bella maratona musicale.

lunedì 4 giugno 2007

Gods of Metal 2007 (prima parte)

Ieri mi sono uno tolto uno sfizio. Ho fatto qualcosa che non avevo mai fatto, neanche ai tempi del liceo. Sono andato ad un festival metal.

La seconda giornata del Gods of Metal 2007, all'Idroscalo di Milano, era troppo ghiotta per resistere alla tentazione.
Sono anche riuscito a convincere la dolce metà a venire con me (non è che abbia dovuto faticare in verità).
La scaletta della giornata era la seguente:

10.30 - 11.00   SINESTESIA
11.30 - 12.00 DGM
12.30 - 13.05 ANATHEMA
13.30 - 14.20 SYMPHONY X
14.45 - 15.35 DARK TRANQUILLITY
16.00 - 17.00 DIMMU BORGIR
17.30 - 18.50 BLIND GUARDIAN
19.20 - 20.50 DREAM THEATER
21.30 - 23.30 HEAVEN & HELL

Tralasciando i gruppi del mattino, abbiamo deciso di organizzarci per essere sul posto entro le 13:30, attrezzati per un pranzo al sacco.
Usciamo poco dopo mezzogiorno e mezzo e, dopo una breve sosta al supermercato per l'acquisto di pane e companatico, partiamo alla volta dell'Idroscalo.
Parcheggiamo nel primo posto utile (tristemente a pagamento, ma custodito) e costeggiamo a piedi l'Idroscalo fino all'ingresso dell'IdroPark, in prossimità del quale si tiene il festival.
Versiamo l'obolo alle casse (55 euro a cranio) e siamo dentro.

Le piogge del giorno prima hanno lasciato il segno e la quasi totalità dello spazio ospitante la manifestazione consiste in una palude fangosa, costellata di pozzanghere.
Cercando di non affondare nelle sabbie mobili, ci facciamo largo fino alla zona prospicente il palco principale, che è a dir poco enorme.
Il tempo di trovare un fazzoletto di fango un po' più solido e la musica (ri)comincia.

Symphony X

È solo per questo gruppo che ho deciso di muovermi presto, altrimenti sarei arrivato con comodo a metà pomeriggio, perciò avevo delle discrete aspettative.
Deluse.
Questo quintetto dedito al progressive metal ultratecnico, capeggiato dal chitarrista Michael Romeo e dal frontman Russel Allen, è stato fortemente penalizzato da un lavoro dei fonici a dir poco pietoso.
Symphony XL'acustica era pessima: suono di chitarra abominevole, totalmente "inscatolato", sbilanciato sulle basse ed inutilmente alto (e qui nessuno mi leva dalla testa che parte della colpa sia da imputare all'amplificazione digitale in emulazione che il buon Michael si ostina ad utilizzare), voce troppo "dietro" rispetto al mix, tastiere inudibili, basso eccessivamente saturo, batteria appena passabile.
Un vero disastro. Si percepiva un unico rimbombo di frequenze basse e anche i pezzi a me noti erano a malapena riconoscibili.
La band ha anche presentato un paio di brani tratti dal loro nuovo lavoro, Paradise Lost, di imminente uscita, sui quali non posso fare commenti, vista la situazione di ascolto proibitiva.
Un inizio decisamente non buono.

Finito lo strazio andiamo in cerca di un posticino dove sederci per mangiare i panini. Alla destra del palco principale c'è un altro piccolo palco, dove band minori si esibiscono nella mezz'ora di pausa tra un concerto e l'altro. Nulla di ascoltabile sembra provenire da quella parte, dunque ci avviamo verso uno spiazzo asfaltato poco distante e, trovata una seduta di fortuna in prossimità della recinzione, consumiamo dell'ottimo pane farcito di Emmentaler (qualcuno mi spieghi perché non si chiama più Emmental e se ci vuole o meno la "H") e prosciutto crudo.

Nel frattempo comincia a suonare il gruppo successivo.

Dark Tranquillity

Non conoscevo i Dark Tranquillity e, quando hanno iniziato a suonare, non mi sono subito avvicinato al palco. Dopo un paio di pezzi devo dire che mi hanno incuriosito, cosicché ho riguadagnato la mia posizione. Musicalmente non mi sono dispiaciuti affatto, anche se non amo quel modo di cantare (credo sia definito growl).
Dark TranquillityQuesta band death metal svedese di sei elementi tiene il palco egregiamente, con chitarre taglienti e precise, stemperate da piacevoli tessuti melodici di tastiere.
La resa acustica, decisamente buona, ha fugato ogni dubbio sulla bontà dell'impianto, confermando l'incapacità dei fonici con la band precedente.

Dimmu Borgir

Sui Dimmu Borgir non posso dire molto, dato che abbiamo passato la quasi totalità della loro esibizione all'esterno dell'area della manifestazione, passeggiando sul vialetto dell'IdroPark e abbioccandoci brevemente su una panchina.
Dimmu BorgirL'unico commento che posso fare è che sono veramente cattivi, molto cattivi, troppo cattivi, almeno per i miei gusti, a cominciare dall'aspetto. Facce coperte di cerone, trucco satanico, sguardo feroce e cantante con voce demoniaca (anche quando parla tra un pezzo e l'altro).
Probabilmente è proprio il black metal che non fa per me e questa band norvegese è uno degli esponenti di punta di questo genere.

Trascorsa un'altra mezz'ora di pausa, della quale approfittiamo per riposare le chiappe, ci prepariamo per un altro dei gruppi per me interessanti.

Continua...

giovedì 15 marzo 2007

Milano, 14 marzo 2007: Andy Timmons Band

Vi avevo raccomandato di andare a vederlo. Non siete potuti venire? In tal caso vi siete persi uno dei più bei concerti degli ultimi tempi, almeno per gli amanti del rock "chitarroso". Io e la dolce metà non potevamo mancare.

Arriviamo sul posto alle nove e le porte sono ancora chiuse. Ad attendere l'apertura non siamo in molti, qualche decina di persone in tutto. È certo che, com'era prevedibile, non si registrerà il tutto esaurito.

Dopo qualche minuto Andy esce dalla porta principale, accolto da un applauso, con la chitarra in spalla e trascinando un trolley. Per un attimo temiamo che debba dirci che il concerto non si fa più, invece sta solo andando a mangiare qualcosa.

Guardandomi intorno scorgo tra la gente un volto noto. È Franco, vecchia conoscenza e un tempo nostro personale spacciatore di musica strumentale. Lo raggiungo e facciamo due chiacchiere, ingannando piacevolmente l'attesa.

Finalmente aprono le porte ed entriamo nel locale. Paghiamo il dovuto (15 euro), ritiriamo il biglietto (nella inusuale forma di un timbro sulla mano, mah...) e siamo nella sala.

Il palco è pronto. In prima fila fanno bella mostra di sé le chitarre Molinelli e l'amplificatore Cicogniani Imperium di Tony De Gruttola, muscoloso chitarrista dell'omonima band di supporto.

Scambiamo qualche altra chiacchiera con Franco e, arrivate le dieci, il concerto inizia. Tony De Gruttola propone un misto di brani originali, tratti dal suo album "03", e cover di chitarristi famosi dalle dita veloci, tra cui Joe Satriani e Greg Howe.

La band è composta da quattro elementi: chitarra, basso, batteria e tastiere. Niente voce, tutto strumentale. Una quarantina di minuti di esibizione in tutto, complessivamente piacevoli, ma viziati da un utilizzo eccessivo di tecnica chitarristica, che a tratti pare inappropriato e poco musicale (quello che solitamente in gergo si definisce "sboronaggio").

Ancora una quindicina di minuti di attesa e alle undici la Andy Timmons Band sale finalmente sul palco. Si tratta di un power trio, con Andy Timmons alla chitarra, Mike Daane al basso e Mitch Marine alla batteria.

[Gear maniac mode on]
Andy ha un setup semplice ed efficace: due testate Mesa Boogie, una Stiletto e una Lonestar, che usa alternativamente grazie ad un GCX Audio Switcher della Voodoo Lab (già Digital Music Corporation) con relativa pedaliera Ground Control Pro, un TC Electronic G-Force per i ritardi e due casse Mesa Boogie Rectifier 4x12 con coni Celestion Vintage 30, più un paio di pedali, tra cui un wah-wah della Dunlop. Imbraccia la sua prima chitarra, una Ibanez AT-100, creata apposta per lui dalla casa giapponese ed oggi sostituita dalla AT-300.
[Gear maniac mode off]

Attaccano il primo pezzo e l'impatto è esplosivo. Il sound è compatto ed incisivo, con la chitarra di Andy che si amalgama perfettamente con le linee di basso di Mike, il tutto supportato dal drumming energico e preciso di Mitch.

La chitarra la fa ovviamente da padrona, ma Andy ha uno stile, pur tecnicamente formidabile, che è lontano anni luce dal tipico shredding tutto note e poco cuore. Al contrario il suo modo di suonare è estremamente espressivo, ritmico e melodico allo stesso tempo. Anche quando si cimenta alla voce, con risultati più che buoni, dimostra di mantenere sempre l'attenzione al brano, alla musica, più che al suo strumento.

Quando suona sembra quasi che ti stia parlando, che ti stia raccontando una storia, una poesia rock. Ogni vibrato è un verso, ogni bending un richiamo, ogni prodezza tecnica semplicemente una licenza poetica.

Durante alcuni dei brani più melodici e trascinanti mi sono anche emozionato, cosa che accade assai raramente quando si assiste ad un concerto e che, quando accade, è una sensazione bellissima.

È meglio che mi fermi qui, prima eccedere con la retorica. La prossima volta che questo favoloso musicista tornerà ad esibirsi dalle nostre parti sarò certamente in prima fila.

E spero anche voi.

giovedì 1 marzo 2007

Milano, 25 febbraio 2007: Blackfield

Domenica 25 febbraio, alla discoteca Alcatraz di Milano, si è tenuto un concerto dei Blackfield, duo che nasce dalla collaborazione tra l'eclettico leader dei Porcupine Tree, Steven Wilson, ed un cantante israeliano di nome Aviv Geffen, sconosciuto dalle nostre parti, ma a quanto pare popolarissimo dalle sue.

Volevo farne una rapida pseudo-recensione, ma il buon Vanamonde ne ha già scritta una molto esaustiva, alla quale rimando volentieri.

Il concerto in questione, giunto al termine di un fine settimana piuttosto pesante, ha avuto su di me un effetto particolarmente benefico. Nella musica dei Blackfield l'impronta wilsoniana è molto evidente, preponderante direi, ma, complice forse l'apporto dell'altra metà del duo, più cantautoriale, non presenta le spigolosità e la durezza degli ultimi lavori coi Porcupine Tree. È coinvolgente, avvolgente, dinamica, ma allo stesso tempo rilassante e distensiva.

La Paul Reed Smith e la voce di Wilson la fanno da padrone, ma il tessuto melodico dei brani è morbido e raffinato. In questo si vede forse maggiormente il contributo di Geffen, che a prima vista potrebbe sembrare di secondo piano.

Le voci dei due si integrano molto bene e, grazie anche a un registro molto simile, il loro alternarsi al microfono non produce alcun elemento di discontinuità.

In conclusione, consiglio vivamente l'ascolto dei due album di questo talentuoso duo (il secondo esce proprio oggi, se non erro), e se vi capita di vederli dal vivo, andateci. Ne vale la pena.

lunedì 4 dicembre 2006

Milano, 3 dicembre 2006: Iron Maiden

Grazie all'amico Michele, che aveva un biglietto in più a causa del paccaro di turno, ieri sera ho potuto assistere alla seconda delle due date milanesi dell'attuale tour degli Iron Maiden, da tempo sold out.

Partiamo per il Forum di Assago verso le 19:15. Il tempo di fare la gincana necessaria a raggiungere il parcheggio oltre il ponte sulla tangenziale e di tornare a piedi verso il Forum e siamo dentro.

Sono le 20:00 ed il gruppo di supporto sta già suonando. Sono i Trivium (mai sentiti prima). Pestoni, ma molto molto tecnici. Non male.

I nostri attaccano poco prima delle 21:30 e propongono tutti (!) i brani del loro ultimo album, A Matter of Life and Death, nel medesimo ordine del disco (!!), come ho saputo in seguito.

Non conoscendo l'album in questione, i pezzi sono per me una completa novità. Nel complesso gradevoli, ma nulla che lasci il segno, che ti si stampi in mente al primo ascolto. In ogni caso mi son fatto prestare l'album da Michele, onde poter valutare meglio.

Il concerto sarà poi chiuso da Fear of the Dark, Iron Maiden e, come bis, Two Minutes to Midnight, The Evil That Men Do e Hallowed Be Thy Name, decisamente a me più familiari.

Dalla posizione in cui siamo, in piedi a metà delle gradinate a sinistra del palco, si vede e si sente molto bene. Il Forum è strapieno e Bruce, durante i pezzi, spesso usa dei riflettori posti ai lati del palco per illuminare il pubblico. L'effetto è notevole.

Davanti al palco il pogo infuria e, a intervalli regolari, i responsabili della sicurezza sollevano dalle transenne qualcuno o raccolgono dall'alto qualcun'altro, trasportato dalla folla.

Nella foga, qualcuno dalle prime file tira dell'acqua (o della birra?) addosso a Bruce, proprio mentre sta cantando, infradiciandolo un po', facendolo incazzare parecchio e mettendogli fuori uso il microfono, costringendolo a farselo sostituire dai roadie, non senza perdere qualche strofa della brano in corso.

L'acustica non è affatto malvagia, anche se le tre chitarre appaiono un po' impastate, forse anche a causa della loro forte somiglianza: tre Stratocaster, per quanto con pickup diversi, non suonano poi così diversamente e solo Adrian, a volte, abbandona la sua a favore di una SG.

Dei tre chitarristi, Janick è certamente quello più funambolico e, forse, anche quello più tecnico, ma ha stranamente un volume sempre più basso degli altri due, anche sui soli. Che sia un sabotaggio nei confronti dell'ultimo arrivato? In fondo sono solo 16 anni che è con la band...

Dave ha movenze quasi da nobile d'altri tempi: sorride, si sposta raramente dal suo angolo di palco e spara i suoi soliti soli da duecento note legate con delay a condimento, che a dir la verità trovo sempre un po' ripetitivi.

E poi c'è lui, Adrian, il mito. Un gusto, una presenza sul palco, un'autorevolezza tali che non ce n'è per nessuno. Sulla sua strato noto la presenza di un pickup esafonico. Del resto, dai tempi di Somewhere in Time, è lui che si occupa delle parti di guitar synth.

Quanto a Bruce, la sua statura sul palco è come sempre inversamente proporzionale a quella fisica. Corre, salta e sfoggia una voce di tutto rispetto, quasi come ai tempi d'oro.

Nicko è praticamente invisibile, ma tutt'altro che inudibile. La batteria è incastonata nella scenografia del palco, a base di trincee ed ispirata alla copertina dell'ultimo album, tanto che, da dove siamo noi, si vedono spuntare parzialmente solo i piatti.

Last but not least, Steve è come sempre la vera colonna portante della band. Le sue martellanti linee di basso sono la colla che tiene insieme tutti i pezzi.

Immancabile fa la sua comparsa anche Eddie, prima nella torretta di un carro armato semovente, apparso alle spalle del palco, poi a passeggio sul palco stesso, in mimetica e mitragliatore a tracolla (la cui canna a un certo punto viene anche usata da Janick come plettro).

Termino questo piccolo resoconto con un piccolo episodio degno di nota. Prima dei bis, durante i consueti saluti, c'è il rito dei lanci: plettri, pelli e... bacchette. Nicko ne lancia diverse, in più direzioni, e alla fine si gira verso il lato dove siamo noi.

Non so spiegarlo, ma ho la certezza che l'ultima la stia per lanciare verso di me. Aspetta un po', mi guarda, lancia!

Salto più in alto di tutti. La intercetto. L'afferro a due mani. È mia!

Non faccio in tempo a gioire che mi rendo conto che a stringerla siamo in due, entrambi a due mani: io e un ragazzo vicino a me. Entrambi asseriamo ovviamente di averla presa per primi (lui mente) e nessuno dei due molla la presa.

Qualche secondo di empasse e Michele decide di risolvere la faccenda nel più classico dei modi: lanciando una moneta. Subito scelgo "testa", d'istinto.

Michele lancia e afferra una moneta da 50 centesimi. È buio e non si vede bene, così chiede ad un altro ragazzo di fargli luce col telefonino. Osserva e, dopo un paio di lunghissimi secondi, sentenzia: croce! Merda. (E quando mi ricapita?)

Pazienza, non sono feticista. Io e il mio avversario ci stringiamo la mano da bravi sportivi (bastardo) e lui intasca gongolante la bacchetta. Pietra sopra.

A concerto finito, mentre ci stiamo incamminando verso la macchina, un dubbio mi attraversa il cervello. "Michele, un curiosità: la faccia della moneta che è uscita aveva o non aveva le cifre sopra?"

Lui ci pensa un po', poi mi risponde, deciso. "No, non le aveva".

"E allora era testa. Coglione."

mercoledì 20 settembre 2006

Biondillite

Premessa
Sono più di due settimane che ho in draft questo post e non riesco mai a trovare il tempo di finirlo. Forse oggi è la volta buona.


Circa un mese fa ho finito di leggere il primo libro di Gianni Biondillo, "Per cosa si uccide", e subito ho pensato di scrivere le mie impressioni. Tuttavia, neanche posato il libro, mi sono ritrovato in mano il secondo, "Con la morte nel cuore", e ho cominciato a divorarlo, preso da quella che ormai è diventata una vera e propria sindrome: la biondillite.

Ora che entrambi i libri sono andati ad ingrossare la pila dei volumi letti (peraltro sempre più bassa di quella dei volumi da leggere), mi lancio in qualche commento, come sempre ben lungi dall'essere una vera e propria recensione.

Si tratta di due gialli (ma ciò è assolutamente secondario), che vedono come protagonista l'ispettore Michele Ferrari, pardon... Ferraro, assieme ai suoi colleghi del commissariato di Quarto Oggiaro, quartiere di Milano dove vive ed è cresciuto.

Più che la trama in sé, pur ben costruita ed avvincente, ciò che maggiormente mi ha affascinato in questi libri è la caratterizzazione dei personaggi.

L'abilità dell'autore nel rendere sensazioni, stati d'animo e pensieri del protagonista è tale che spesso mi sono ritrovato ad appasionarmi, non tanto alle situazioni, quanto al modo in cui il nostro "eroe" le affronta, con le sue gioie e le sue paure, il suo impeto e le sue insicurezze.

Michele Ferraro è uno di noi e, in più di un passo, confesso di essermici immedesimato. Tra l'altro abbiamo una importante caratteristica in comune... (no, non faccio il poliziotto).

Anche i personaggi comprimari e secondari sono molto ben costruiti. Il Sovrintendente Comaschi, col suo spiccato senso dell'umorismo tipicamente milanese, l'Ispettore Capo Lanza, un incrocio tra il Tenente Colombo e Spock, Mimmo O'Animalo e tutti gli altri, pur avendo tratti spesso surreali o caricaturali, allo stesso tempo sono tremendamente "veri".

Aggiungiamo che tutti questi personaggi si muovono nella mia città, con frequenti riferimeti ai luoghi di cui è fatta la mia quotidianità, e la ricetta della sindrome è completa.

Volendo descrivere la biondillite potrei usare una proporzione. ll libri di Biondillo stanno alla lettura come una cena di Marco e Silvia sta alla cucina: è tutto così gustoso che non vedi l'ora di assaggiare la pietanza successiva.

Non a caso mi sono appena buttato sul terzo libro dello stesso autore: "Per sempre giovane".
Penso che presto ne scriverò e, a giudicare da quanto ho letto sino ad ora, ne scriverò bene.

Conclusione
Puff puff, pant pant... Ce l'ho fatta.

venerdì 14 luglio 2006

Il corpo del mondo

Ho appena finito di leggere questo libro di Massimo Marcotullio, che avevo acquistato due o tre settimane fa alla Libreria del Giallo, in occasione della sua presentazione ad opera dell'autore e di Gianni Biondillo (che non l'aveva letto e l'ha detto).

Come noto non sono un bravo recensore, ma provo lo stesso a buttar giù rapidamente le mie impressioni.

Il libro è scritto molto bene, con uno stile diretto e scorrevole, e la lettura è stata alquanto piacevole, grazie anche alla struttura fatta di molti capitoli brevi che, da bravo lettore serale nonché orizzontale, mi è particolarmente congeniale.

Si tratta di un giallo molto avvincente, ambientato quasi interamente in riva al Po, tra barconi, manovali, discariche, mafiosi, birre in lattina, ex-guerriglieri ed ex-combattenti, costruttori senza scrupoli, ambientalisti, psicopatici e chi più ne ha più ne metta.

Il protagonista, l'investigatore privato Beo Fulminazzi, è dichiaratamente un Philip Marlowe nostrano, giusto un po' più scanzonato ed autoironico, come dichiarata è la volontà dell'autore di fare un parallelo tra il Mississippi e il Po, utilizzando il blues come trait d'union.

La storia non è del tutto verosimile, ma forse è anche questo che la rende particolarmente intrigante e piacevole alla lettura, con quell'atmosfera a metà tra il giallo e il fumetto.

Chi fosse interessato può leggere qui una recensione di Carlo Oliva, sempre che non sia infastidito da qualche esplicito riferimento alla trama qua e là (che io ho cercato accuratamente di evitare).

Buona lettura.

P.S.: credo che al più presto leggerò anche il precedente libro di Marcotullio, avente il medesimo protagonista. Sembra interessante.

mercoledì 5 aprile 2006

Il mio miglior nemico

Visto stasera.

Tutto sommato una commedia simpatica e gradevole.

Muccino è in parte, anche se non convince al cento per cento. Verdone decisamente più a suo agio nel ruolo che interpreta, più o meno il solito, quello del mediocre, pavido e servile, ma in fondo sensibile e capace di sentimenti sinceri, pesantemente mutuato da Alberto Sordi.

Poco oltre la metà il film cambia completamente registro, quasi trasformandosi da commedia brillante a commedia sentimentale.

Consigliato per un mercoledì sera.

lunedì 3 aprile 2006

Il caimano

Visto sabato sera.

Non sono bravo quanto Vanamonde a scrivere recensioni, dunque eviterò di farlo e aspetterò pazientemente la sua.

Dico solo che il film non mi ha convinto. Se dovessi sintetizzare le mie impressioni con un aggettivo penso sceglierei "inconcludente".

Le storie narrate, quella del protagonista e quella del film che sta girando, rimangono quasi impermeabili l'una all'altra, come corressero su binari paralleli, e nessuna delle due trova un degno compimento.

Fatti salvi questi (importanti) difetti, il film non risulta comunque noioso, come alcuni mi avevano paventato.

venerdì 17 febbraio 2006

Grazie Stef

Ieri sera sono andato con Michele ad assistere ad un clinic (li chiamano così, bah) di Stef Burns, noto al pubblico italiano per essere da diversi anni chitarrista di Vasco Rossi.

Premetto che non sono un fan di Vasco e che di Vasco ieri sera si è parlato relativamente poco.

Tra l'altro, per chi non lo sapesse, Stef è anche l'attuale chitarrista di Huey Lewis and the News e in passato ha suonato con gente del calibro di Alice Cooper (in Hey Stoopid! e The Last Temptation) e Prince.

L'incontro (chiamarlo clinic proprio non mi piace) era gratuito per gli iscritti all'associazione Backline, che fa capo al noto negozio milanese di strumenti musicali Lucky Music e organizza diversi eventi di questo tipo durante l'anno.

Stef, del quale prima di ieri sapevo veramente poco, si è rivelato persona estremamente brillante, simpatica e disponibile, con uno spiccatto senso dell'umorismo. Non a caso lui stesso si definisce ironicamente un frustrated comedian.

Ha eseguito diversi brani, suonando su delle basi tratte dai suoi due lavori solisti, Swamp Tea (1999) e Bayshore Road (2005), quest'ultimo realizzato assieme al chitarrista fingerstyle Peppino D'Agostino per la Favored Nations, l'etichetta fondata da Steve Vai.

Tra un brano e l'altro si è intrattenuto con i presenti, circa 150 persone, rispondendo a domande, ponendosene da solo quando nessuno gliene faceva e a volte interrogando egli stesso il pubblico. Un vero istrione.

Le sue risposte sono sempre state molto divertenti e ironiche, rendendo l'immagine di uno che non ama prendersi troppo sul serio. Qualcuno ad esempio gli ha chiesto che tipo di esercizi fa per tenersi in allenamento e con che frequenza. Ha risposto che non ne fa, non più. Si limita a provare quando c'è qualcosa da provare, come quando suo figlio gli chiede "Dad! Dad! Play me that Green Day song!" e lui gliela suona ad orecchio (come ha fatto sul momento anche per noi). Infine ha commentato "ma forse avrei dovuto dire bugia... Tutti i giorni! Tre ore!".

Stef parla un più che discreto italiano, con uno spiccato accento californiano (è nato ad Oakland) che lo rende ancor più simpatico.

Verso la fine, stuzzicato dalla richiesta di uno spettatore, si è anche cimentato nel canto, eseguendo alcuni brani accompagnato unicamente dalla sua chitarra. Tra essi Power of Soul e Little Wing di Jimi Hendrix e Solitary Man di Neil Diamond, quest'ultima preceduta, nell'ilarità generale, dalla sua versione italiana resa famosa nel 1966 da Gianni Morandi: Se Perdo Anche Te.

Al termine della serata, quando tutti facevano la fila per scambiare due chiacchiere, farsi una foto con lui o chiedere un autografo, l'ho avvicinato anch'io e l'ho ringraziato, cogliendo l'occasione per regalargli una copia del nostro CD. Chi sa che non lo ascolti...

Riassumendo in poche parole: bei momenti in musica, non solo suonata.

Grazie Stef.

lunedì 2 gennaio 2006

Non toccare la pelle del drago

L'ho finito in treno, in viaggio verso Lecce.

Non sono molto bravo a scrivere recensioni e, anche se lo fossi, non ne avrei voglia. Sarò dunque breve.

Non mi è piaciuto.

La storia non mi ha convinto, eccessivamente e inverosimilmente intricata. Ci sono troppi nodi e molti di essi, nel finale un po' affrettato, non vengono sciolti, ma semplicemente scompaiono.

Quel che mi è piaciuto meno è lo stile, innaturale, forzato, manieristicamente frammentato. È anche per questo che ci ho messo tanto a leggerlo.

L'ho finito più per puntiglio che per convinzione.

Grazie ugualmente a UbiMario per avermelo prestato.

martedì 13 dicembre 2005

Il Giudice Mastrangélo

Lo scorso lunedì sera, solleticato dal fatto che fosse ambientato a Lecce e su consiglio materno, ho visto la prima puntata de Il Giudice Mastrangelo, su Canale 5.

Devo dire che ne sono rimasto piuttosto deluso.

L'ambientazione era ovviamente stupenda, trattandosi di Lecce e dello splendido Salento.

La trama non era proprio il massimo dell'originalità (ho capito chi era l'assassino dipo circa quindici minuti), ma non è questo il problema.

La nota dolente sono i personaggi, tutti totalmente e irrimediabilmente fuori contesto. Gente così la trovi più facilmente nell'hinterland milanese che nel leccese. A cominciare dal protagonista.

Diego Abatantuono nei panni del leccese trapiantato al nord è credibile quanto Tony Sperandeo nei panni di uno svedese trapiantato a Palermo. Se sei nato e cresciuto nel Salento non c'è nulla al mondo che possa cancellarne completamente le tracce, tanto meno trasformarti in un perfetto prodotto del Giambellino.

Ma questa è solo la punta dell'iceberg. In tutta la serie non c'è neanche un personaggio il cui accento abbia la benché minima parvenza di leccese, fatta salva la segretaria del giudice, che con la sua parlata in stile Gegia dovrebbe forse risultare divertente, ma finisce per essere unicamente banale e patetica. Sarebbe stato meglio farla interpretare direttamente da Gegia, che almeno è di Galatina.

La cigliegina sulla torta è data dalla sorella del giudice e dal di lei marito, gli unici ad avere una parvenza di accento pugliese. Peccato si tratti di una sottospecie di barese/foggiano, che non si capisce cosa abbia a che vedere col Salento.

Per finire, all'interno di un dialogo viene nominata "Santa Cesaréa". Ora, mi si trovi anche una sola persona in tutto il Salento che non la chiami Santa Cesárea.

Tutto ciò potrà anche sembrare ininfluente agli occhi del telespettatore medio, ma per me che nel Salento sono nato è sufficiente a trasformare l'unico potenziale motivo di interesse nel deterrente più forte.

Recitava bene la sigla di Avanzi: "è un grosso rischio procreare dei piccini, se me li tiri sù coi film di Oldoini".

martedì 29 novembre 2005

Harry Potter and the Goblet of Fire

Visto oggi in lingua originale all'orrido Cinema Silvio.

Decisamente carino e ben fatto. Rispetto al libro molti dettagli sono ovviamente trascurati, ma nel complesso la trama è resa piuttosto bene.

Gli unici temi ai quali mi sarebbe piaciuto fosse stato dato maggiore risalto sono la Quidditch World Cup, i tormentati sentimenti di Harry per Cho e le vicende della famiglia Crouch, risolti tutti in maniera piuttosto rapida. Ma sono conscio del fatto che non fossero irrinunciabili.

Unico appunto a caldo: il finale mi è sembrato decisamente troppo affrettato.

Non capisco il perché del PG 13. Forse perché ci scappano i morti? Risibile. L'episodio precedente mi era parso decisamente più cupo ed inquietante.

Penso che presto lo rivedrò in Italiano.

Consigliato.

giovedì 2 dicembre 2004

Watchmen

Rorschach
Rorschach
Ultimamente, forse invogliato da un post su Slashdot riguardante un prossimo film1 che ne dovrebbe essere tratto, ho cominciato a rileggere Watchmen2.
Non sono mai stato un accanito fumettofilo (esclusa una breve ma intensa parentesi di intrippamento per i fumetti giapponesi), nè tantomeno un appassionato di supereroi. Ma questa graphic novel della coppia Alan Moore (sceneggiatore) & Dave Gibbons (disegnatore) mi ha decisamente spiazzato. Posso tranquillamente definirlo il più bel fumetto che abbia mai letto.
Ora potrei dilungarmi in una prolissa disquisizione sul perché, ma il tempo è poco (e l'abilità nel recensire pure), perciò mi limito a fornire qualche link interessante.
Comincerei con questa pagina di Wikipedia (occhio agli spoilers, anche se segnalati).
Proseguirei poi con qualche recensione: questa (in Inglese) e queste due (in Italiano).
Qui si possono trovare le schede dei personaggi, oltre a qualche approfondimento ed un simpatico test.
Per finire, ma solo per chi si accinge almeno alla seconda lettura, due guide annotate: una e due.

1. A tal proposito nei mesi scorsi ho visto interessanti (e fantasiose) discussioni a riguardo, talvolta traenti spunto da ipotetiche locandine.
2. Rigorosamente in Inglese, anche se non è una lettura semplice. Per chi avesse problemi con la lingua, segnalo che la versione italiana (sulla cui bontà non mi pronuncio, non conoscendola) sarà pubblicata nella collana "I Classici del Fumetto SERIE ORO", in edicola il venerdì con la Repubblica.

giovedì 7 ottobre 2004

Ron Thal (Bumblefoot)

Sto ascoltando "Hands" dei Bumblefoot, band newyorkese capitanata dal folle Ron Thal.
È uno strano miscuglio di rap metal, rock alternativo punkeggiante, crossover e strani virtuosismi chitarristici (ma l'elenco potrebbe continuare). Una sorta di frullato di Rage Against the Machine, Mr. Bungle e Primus. I testi sono semplicemente deliranti.
Vivamente consigliato a chi ama gli ascolti particolari.


Ron Thal

Ron è endorser della Vigier, casa francese che costruisce chitarre e bassi di ottima qualità (aaargh! ancora non ne ho una!).
Le sue numerose chitarre, alcune delle quali autocostruite, sono spesso bizzarre, come la Bumblefoot Guitar, o originali, come la Excalibur Surfreter©, una chitarra fretless usata nella maggior parte dei suoi brani e che sta diventando piuttosto popolare.